Il Profeta di JACQUES AUDIARD


IL PROFETA
un film di
JACQUES AUDIARD

Con
TAHAR RAHIM NIELS ARESTRUP

Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, Malik sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose “missioni”, che però lo fortificheranno e gli meriteranno la fiducia del boss. Ma Malik è coraggioso e impara alla svelta, e non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.

INTERVISTA CON JACQUES AUDIARD

Durante la conferenza stampa a Cannes, Lei ha accennato all’ironia presente nel titolo di IL PROFETA.
L’ironia è un elemento concreto anche se non evidente. Ad esempio il film avrebbe potuto anche chiamarsi LITTLE BIG MAN. Il titolo è un’allusione, costringe a capire qualcosa che non viene necessariamente sviluppata nel film, e cioè che il nostro protagonista è un piccolo profeta, un nuovo prototipo di uomo.
Inizialmente volevo trovare l’equivalente francese di una canzone di Bob Dylan intitolata “You Gotta Serve Somebody”, secondo la quale tutti noi siamo sempre al servizio di qualcun altro. Mi piaceva il fatalismo e la dimensione morale di questo titolo ma non sono riuscito a trovare una traduzione soddisfacente e quindi il film è rimasto IL PROFETA.

Come mai ha scelto di raccontare questa storia?

Io e Thomas Bidegain, con cui ho scritto il film, eravamo interessati a sviluppare il soggetto di Abdel Raouf Dafri e Nicolas Peufaillit in una storia cinematografica. Volevamo trovare il modo di rendere Il Profeta contemporaneo, creando eroi che nessuno conosce, scritturando attori che non fossero già icone del grande schermo, come gli arabi ad esempio. In Francia si tende a rappresentarli sempre in modo realistico o sociologico. Noi invece volevamo creare un film puramente di genere, un po’ alla maniera di un western che racconta le gesta eroiche di persone comuni.


Cosa l’ha spinta a scritturare Tahar Rahim con la sua faccia d’angelo nel ruolo di Malik El Djebena ?

Sono sempre stato attratto da prototipi maschili non necessariamente caratterizzati dal testosterone. Potrei tracciare un parallelo fra Matthieu Kassovitz, con cui ho lavorato diverse volte, e Tahar Rahim. Non perché l’uno mi ricordi per forza l’altro, ma perché entrambi sono due tipi di uomo che colpiscono la mia attenzione.

E’ stato anche un modo per consentire allo spettatore di identificarsi con il personaggio?

Ho dei problemi a proiettare l’identificazione al di fuori di me, ma certamente, c’era anche questo desiderio. L’ho trovato più adatto, rispetto al solito cliché del film ambientato in prigione, popolato da uomini super virili. I detenuti del mio film non hanno muscoli, non sono neanche granché adatti a quell’ambiente ma paradossalmente riescono a sviluppare quelle qualità che permettono loro di emergere e dominare sugli altri.

Pressbook completo del film Il Profeta

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